I curiosi Antipop di Stefano Mariotti: gioiosi omini danzanti, che ci aiutano a riflettere e ripensare il presente, in un’ottica anticonsumistica

I curiosi Antipop di Stefano Mariotti: gioiosi omini danzanti, che ci aiutano a riflettere e ripensare il presente, in un’ottica anticonsumistica

Articolo in italiano
di Cristina Belli

Stefano Mariotti, classe 1969, vive e lavora a Firenze. Nel 2009 conosce un altro artista fiorentino, Franco Santini, che lo spinge a coltivare la passione per la pittura e con lo stesso, più avanti, fonda il “Gruppo A”.​ Inizia ad esporre nel 2010, con la Galleria del Teatro Romano di Fiesole. Da lì in poi è un crescendo di sperimentazione, collaborazioni con altri artisti e mostre nazionali e internazionali. Si esprime principalmente attraverso due filoni peculiari: le tessiture (opere in cui la bidimensionalità è data dai fili, che creano una trama sopra la tela dipinta) e i più recenti Antipop, giocosi “omini”, che tuttavia portano un messaggio di impegno sociale e attenzione all’ambiente. Questi ultimi sono il perno dell’intervista che segue: un ritratto a cavallo tra passato, presente e futuro.

Da dove arriva la tua passione per l’arte e per fare arte? Se vai indietro nel tempo ricordi un momento particolare, una sorta di “nascita” all’arte?

La passione ce l’ho da tantissimo tempo. Me l’ha trasmessa mio padre, che mi ha incuriosito facendomi girare per i musei in Italia e all’estero. Sia arte classica, che concettuale o contemporanea (ma il termine è sbagliato… La chiamerei arte odierna). La curiosità nasce da sempre: da bambino disegnavo col fard di mia mamma, “copiando” a modo mio le opere di Primo Conti e firmandole. Poi, anni dopo, mio padre me lo fece conoscere di persona, presso il suo studio a Fiesole. Era già anziano. Mi dette la prima lezione sull’arte. Gli feci vedere i miei scarabocchi e lui mi disse: “Tu sapresti disegnare questa bottiglia?”. Da quel momento ho iniziato a disegnare, per poi abbandonare questa passione nell’adolescenza… Pensavo ad altro, diciamo. Ho riniziato a lavorare seriamente undici anni fa, avevo quarantuno anni. Non mi sono più fermato, da allora.

Chi ti ha influenzato e ispirato (quali incontri, quali artisti)?

La mia ispirazione deriva dall’incontro “ideale” con lo spazialismo e  Lucio Fontana. Mi sarebbe piaciuto vivere negli Anni Quaranta e Cinquanta per fare vedere a Fontana le mie tessiture (i miei lavori più spazialisti, diciamo). Però, per quanto riguarda gli Antipop (ne parleremo più avanti nell’intervista) non c’è una vera e propria ispirazione… Dovevo andare a una galleria d’arte a Fiesole, ero in anticipo e mi trovai sui viali cittadini, nei pressi del Cimitero degli Inglesi: c’erano pochissime macchine. Questa prospettiva del viale mi fece venire in mente l’idea degli Antipop. Ebbi una sorta di visione. Il cimitero davanti, gli alberi ai due lati e una massa umana che andava verso il cimitero. L’idea iniziale era centrata sul fine vita, la corsa dell’uomo che finisce inevitabilmente lì, al cimitero. In quell’istante pensai che questi “omini” asessuati assomigliavano a certe figure di Keith Haring. Ma l’ispirazione non parte da lì. Ogni personaggio che metteva Haring aveva un preciso significato, era una sorta di alfabeto il suo. Per me gli Antipop rappresentano la massa, intesa come entità negativa, in quanto acritica. Per quanto riguarda l’incontro fondamentale è stato quello con Franco Santini, senza di lui non sarei partito con questa avventura. Lui mi ha fatto conoscere Simone Gianassi, proprietario della Galleria d’arte di Fiesole. Considero Franco un grande artista.

Come ti poni rispetto a chi critica e snobba l’arte concettuale o comunque l’arte contemporanea? Che risposta daresti a chi la trova “brutta” o “priva di tecnica”, a prescindere?

Io faccio parte del mondo dell’arte contemporanea, sia con le tessiture che con gli Antipop, tuttavia darei loro ragione (almeno in parte), non hanno tutti i torti, poiché se l’arte è téchne ( tecnica, dal greco, nel senso di “perizia”, “saper fare”, “saper operare”) e propensione al bello, io invece penso che debba rappresentare il periodo che viviamo. Non c’è bisogno di riprodurre in modo riconoscibile la realtà; forse prima di criticare in modo tranchant bisognerebbe prendere un libro e capire le scelte fatte da certi artisti, per entrare in un mondo in cui arte è scritto ARTE. Cioè in cui è un’operazione filosofica, di pensiero… Non ha più bisogno di una rappresentazione che tenda al bello, ma al rappresentare e basta. Se ci parla anche velatamente dell’epoca che viviamo, meglio. I miei Antipop, in questo senso, non posso considerarli brutti, ma se qualcuno mi chiedesse cosa sono gli direi che siamo noi questi “ometti” consumisti, inquinatori, acritici. Le persone così riuscirebbero a capire meglio il percorso che mi ha portato a disegnare ossessivamente questi personaggi tutti uguali. La cosa che ritengo fondamentale è che l’artista non è un vate, non è colui che si comporta diversamente dagli altri, l’artista rappresenta la realtà, ma è anche un Antipop lui stesso.

Gli Antipop, appunto. La parola stessa fa pensare alla Pop Art. Prima parlavi di Keith Haring: cose in comune e differenze con questo filone dell’arte?

Se pensi a Warhol, alle sue icone pop, esse descrivono la società consumista attraverso l’oggetto di consumo (inteso anche un politico come Mao, o un’attrice come Marylin Monroe). Lui stesso  (Warhol) diventa una sorta di marchio di produzione, ma fa sì che il suo prodotto sia fatto in maniera popolare, non con olio su tela, non come pezzo unico, ma come multiplo, come litografia… E’ stato eccessivamente pop in tutto, perché lui stesso è diventato il consumismo nell’arte ai massimi livelli. Un genio assoluto. L’Antipop invece rappresenta la massa acritica, l’uomo che non sa cosa fare, dopo aver consumato il consumabile. Le mie ultime opere sono due Madonne con Bambino, attorniate da Antipop. Si chiamano entrambe “La Madonna dei consumatori”. Gli uomini possono consumare anche il senso spirituale della religione… Molto triste come messaggio,  molto forte. Quindi sì, c’è un’unione con la Pop Art (Tano Festa e la sua elevazione della classicità a popolare, Mario Schifano con i primi lavori sulla Coca Cola). L’Antipop nasce perché ci sono stati loro. Ma io come artista critico e denuncio il consumo. Questo è il centro.

Negli ultimi tempi questo filone della tua produzione è abbinato ai concetti di riuso e riciclo: ce lo puoi spiegare?

Un giorno mi hanno spiegato che in molti casi il packaging oggi costa di più di quello che compriamo. Mi fa inorridire questa cosa. Noi compriamo continuamente cose da buttare, vale anche per il cibo preso al supermercato. Ogni cosa che compriamo comporta qualcosa da buttare. Mi sono concentrato sul packaging di case di moda importanti. Io, quando trovo qualche scatola o contenitore, sì perché deve essere un rifiuto, lo prendo  se mi parla, se ci vedo sopra un possibile lavoro. Lo prendo e lo lavoro con gli Antipop. Un paio di questi lavori sono esposti su ARTSY. E’ un modo per ridare vita a un rifiuto. Alcune volte inserisco nel packaging un rifiuto vero e proprio, che diventa parte integrante nell’opera.

Come sono cambiati gli antipop dall’inizio? Ad esempio, vorrei sapere perché hai aggiunto i colori? Perché adesso ci sono anche figure femminili?

All’inizio erano antropomorfi senza sesso, senza mani e piedi; poi con mani e piedi, poi uomini, poi anche donne. Non riuscivo graficamente rappresentare la figura femminile… Ci ho dovuto lavorare un po’… Non mi accontento mai. Sono uno che studia e ricerca. Sono figure ispirate alle sculture di Marino Marini (le Pomone): donne con seni grossi e fianchi grossi, come le dee madri delle culture rupestri.

Cosa sono gli antipop apotropaici?

Per apotropaico si intende il gesto scaramantico, il classico cornetto napoletano, il fare le corna… Secondo me la religione è apotropaica. La persona prega per chiedere delle grazie, delle cose all’entità a cui si rivolge. Io questo lo identifico come un culto apotropaico. I miei Antipop apotropaici sono creature, che non pregano l’unica divinità a cui, secondo me, dovremmo rivolgere la massima attenzione:  la Madre Terra, la Natura. Pregano invece le stelle… Associo il culto apotropaico a una natura morente; cioè gli alberi (che sono morti nelle mie opere) e le figure che pregano verso le stelle… Un simbolo comune a molte religioni. Pregare verso il cielo, senza accorgersi di quello che succede intorno a noi…

Trovo che gli antipop siano fondamentalmente ironici alla base. Sei d’accordo?

Sì. Lo sono volutamente. Se avessi rappresentato qualcosa di truce non avrei avvicinato le persone a questi “omini” danzanti… La loro ironia fa simpatia e mi permette di spiegare alle persone, in seconda battuta, cosa significano realmente.

Quali sono i  medium che usi, che preferisci per fare arte? Quale tecnica ti rappresenta di più?

Il disegno, anche di grossissime dimensioni (uno è di 6 metri per 2, in un unico foglio, eseguito durante una performance del Salone dell’Arte e del Restauro) o la pittura. Lavoro le tele con la sabbia, la superficie deve diventare ruvida, poi uso smalti per colorare la tela e su di essi disegno con dei particolari pennarelli. Dopo riprendo gli smalti per colorare con il pennello gli spazi vuoti tra antipop e antipop.

Quanto spazio occupa l’arte nella tua vita? Intendo dire come creatore e come fruitore? Cosa ti piace?

Un grosso spazio, una fetta molto importante, perché i miei lavori hanno bisogno di tempi lunghi e che io faccio lentamente, per scelta. Poi, sono un pittore, un creativo se preferisci… Devo andare a vedere altri creativi come me, perché penso che soltanto tramite lo studio di altri posso migliorare. Quindi  vado a mostre, visito musei… Frequento Palazzo Strozzi a Firenze, Palazzo Blu a  Pisa… Ma ho girato moltissimo, un po’ ovunque.

La soddisfazione maggiore che hai avuto finora come artista…

Non è legata all’aver fatto mostre o venduto quadri. Undici anni fa quando conobbi Reghina (la compagna ndr) la portai a vedere una mia mostra, alla Galleria di Fiesole. Lei non sapeva come fare a dirmi, nell’eventualità, che i miei lavori non le piacevano… Le feci vedere un monocromo nero: calamitò la sua attenzione… Rimase senza parole. Mia madre poi, quando si emozionò davanti a una mia tela. Queste sono le vere soddisfazioni per me. Alle mostre ormai la gente si fionda sui buffet, più che vedere le opere.

Beh, devo citare anche l’opera di 6 metri per 2 alla mostra a Firenze… Era la prima volta che lavoravo su una superficie così grande. In quella location passavano restauratori, professori di storia dell’arte, gente del settore… Alla fine del terzo giorno, finito il lavoro, ero stanco morto; ci furono due persone che, passando, si meravigliarono del fatto che dal foglio bianco, in tre giorni, avessi finito. Fu una piccola soddisfazione.

Un’ultima domanda: cosa auguri all’Arte? E a te stesso?

All’Arte non auguro niente, va avanti da sola, è un fiume inarrestabile e inesauribile. Esiste dai tempi delle caverne, quando venivano fatti i graffiti sulle pareti… A me stesso? Lo stesso. Sono un pesce che nuota in questo fiume in piena e anche se non dovessi avere fortuna, per me sarebbe imprescindibile lo stesso l’espressione artistica, non smetterei comunque.

A chi interessa, ecco il link al sito di Stefano Mariotti:
www.stefanomariottipittore.com

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