Felice Botta – Maestro dell’essenziale, scultore di materiali poveri, ridava vita a materiali destinati a scomparire

Felice Botta – Maestro dell’essenziale, scultore di materiali poveri, ridava vita a materiali destinati a scomparire

Articolo in italiano
di Gianni Ugolini
foto di Gianni Ugolini

Felice Botta, nome che corrisponde pienamente alla grande carica vitale e creativa che lo pervadeva. Dopo aver esplorato, per la sua innata e insopprimibile curiosità di artista, temi e nuovi linguaggi: dall’oreficeria allo smalto sul rame, dal cesello e bulino alla xilografia, alla grafica pubblicitaria, Felice Botta scopre agli inizi degli anni 80, il legno. Un legno particolare però, un legno vecchio, vissuto, segnato dal tempo e dalla memoria di altre “vite”. Frammenti di mobili, tavolati, persiane, pezzi di tetti in legno di vecchie baite di alta montagna, assemblati senza modificarne la superficie, inchiodati, incollati, fino a comporli in opere del tutto originali, di grande poetica e suggestione. I “legni di Botta” diventano così animali, pesci, nudi femminili, facciate di cattedrali fiorentine, pronti a rivivere una nuova gioventù, a suggerire nuove emozioni.

Felice Botta era un fiorentino verace, nasce a Firenze nel 1931 dove ha vissuto e lavorato. Quando gli chiedevano se era toscano lui rispondeva “no, sono fiorentino”.

All’istituto d’arte di Firenze apprende i segreti del mestiere, sotto la guida di Pietro Parigi, il famoso xilografo. Gli anni ’60 e ’70 rappresentano, per Botta un periodo estremamente felice. Nel 1970 viene selezionato per il compasso d’Oro, e due dei suoi oggetti vengono esposti alla XIV triennale di Milano. Mentre i suoi oggetti didattici hanno ricevuto per ben undici volte il prestigioso marchio “SPIELGULT” in Germania, dedicato al buon giocare per i bambini. Dopo avere esposto in numerose città in Italia e all’estero, Felice Botta si dedica soprattutto alla scultura.
Adora i legni che chiama egli stesso “legni poveri” raccogliendo quelli che gli “parlano”. Fare la “caccia” come dice lui e reinventare i pezzi soffiando in loro una vita nuova. Li colleziona, li archivia per colore e dimensione, poi li usa, senza nulla togliere o aggiunger loro, per realizzare collage e sculture. Una ricerca in cui l’amore per l’arte e il rispetto per la natura si coniugano in un percorso che va “scoprendo sempre più ” la verità del semplice. Questo modo di reinterpretare e riciclare le cose che hanno già vissuto, è una sorta di poesia ecologica.

Per esempio “Il gufo” è stato realizzato con i legni di una vecchia finestra dipinta di bianco, recuperata in una casa vuota da anni, dove la vernice scrostata diventa una superficie materica che solo il lavoro del tempo, del sole e delle intemperie può rendere fruibile il materiale per dar nuova vita al gufo. Da notare un pezzettino di zanzariera rimasta attaccata al chiodo che diventa l’occhio del gufo.  L’altra chiamata “l’uccello in gabbia”, la gabbia appunto, è la cornice di un vecchio confessionale recuperato in una chiesetta abbandonata.

La sua attività espositiva parte brillantemente nel 1985 a Tokio, nell’87 è a Bari all’ARTEXPO e a Stoccolma, sempre nello stesso anno è presente al castello Aragonese di Otranto, poi a Napoli per la 1° biennale del Mare, nell’88 alla prima biennale d’Arte di Bergamo. L’Arte Fiera a Bologna lo vede presente nell’89 e ’90.

Parlare dell’arte di Felice Botta senza cadere nelle definizioni correnti e mode e non avvicinarlo ai grandi maestri del legno, non è un atto di superbia. La vera differenza con gli altri, è che gli altri artisti scolpiscono il legno e intervengono su di esso, Felice ne fa parte, entrando in diretto contatto con l’anima della materia. Botta non incide, non scolpisce, ma riunisce e ricollega materiale a materiale dando nuova vita a cose destinate a scomparire. Le chiese, I gufi, le croci, sono i sui temi preferiti.

Questa opera chiamata “Il gioco dell’oca”, è fatta con legni provenienti un po’ da tutta Italia, in discariche, spiagge, foce dei fiumi, alcuni colori sono facenti parte di un barca in disfacimento trovata alla foce dell’Ombrone e anche del battiscopa dello studio a Firenze in piazza Donatello, nel quale, cosa al quanto curiosa, non esisteva numero civico.

Lui definisce se stesso un “poeta del legno” e i sui lavori “ricerche”. Dai pezzi di legno buttati via rovinati e “feriti” ed altri materiali trovati, Felice crea anche tavoli, sedie e pannelli e oggetti decorativi che esprimono la sua singolare visione. Questo pannello è stato realizzato a Tokio nel 1985 con materiali interamente trovati sul posto, pezzi di casse da imballaggio con scritte in giapponese si possono notare nel grande pannello 120×180 cm.

Un giorno, durante una visita nella sua casa, mi accorsi che aveva messo un gufo su un palo nel suo giardino, allora gli chiesi – “Perchè hai messo un gufo cosi nascosto fra gli alberi?” – “perché prima non c’era” – mi rispose, sorridendo.
I pezzi di legno più grandi della sua riserva li teneva tutti lì fuori, nel suo giardino, a vivere ancora. Una volta gli capitò di caricare sulla macchina una porta vecchia di cui si era innamorato per poi farne recapitare una nuova al proprietario…

Felice preferiva lavorare con utensili e macchine semplici, basilari, perché più legate alle sue mani. Nel suo laboratorio si possono individuare tanti strumenti di lavoro che si era costruito da solo. È diventato un maestro artigiano grazie anche all’insegnamento dei due zii che erano falegnami a Cantù. Commentando la bellezza dei metalli arrugginiti, fa notare che non esistono due teste di viti uguali e le paragona alle parti del corpo umano. Nel suo laboratorio, sopra ad una parete bianca ha scarabocchiato due poesie: “artista si nasce, artigiani si diventa” e “ Quando sono finiti i poeti…bisogna reinventarli”.

Felice ci ha lasciati nel Febbraio del 2021.

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