La carta e il cristallo nelle opere d’arte di Francesco Landucci

La carta e il cristallo nelle opere d’arte di Francesco Landucci

Articolo in italiano
di Gianni Ugolini

Francesco Landucci è un artista toscano, conosciuto da tempo per il suo itinerario creativo, in cui cristallo e cellulosa con impronte e sigilli, diventano straordinarie opere ricche di significanze simboliche. Attivo nell’ambito del restauro e del recupero di elementi geologici e paleontologici per l’Università degli studi di Firenze, stabilisce un legame diretto tra questa tipologia di ricerca e l’operazione artistica, proiettando il proprio universo nella pasta di vetro intrisa di luce e nella cellulosa impressa da cui emerge un intrigo di segni, un labirinto di rilievi e chiaro-scuri che sollecitano lo sguardo a cogliere infiniti percorsi per gli occhi e per la mente, in autentiche coordinate cosmiche.

Le sue opere sono in collezioni pubbliche e private, come agli Uffizi, nel Gabinetto disegni e stampe, è presente nella collezione dei libri d’artista di Loriano Bertini ora acquisita dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, al CID Museo D’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, Brescia Museo Paolo VI e molti altri luoghi d’arte. Dal 1990 partecipa a varie collettive in Italia, Francia, Belgio, Giappone, Stati Uniti. Su invito partecipa alla mostra “Libre”  libro d’artista al Museo Pecci di Prato. Si dedica anche alla produzione di grafica con libri e grandi carte impresse di cellulosa a rilievo, poi inizia a utilizzare il cristallo intriso di luce, realizzando sculture, installazioni, vetrate.


Francesco, c’è un ricordo o un’immagine iniziale assimilabile all’arte?

Si, ho un ricordo molto lontano nel tempo, un’immagine che mi ha sempre accompagnato  e soprattutto mi ha inspirato nell’arte, nella pittura: avevo forse   tre-quattro anni quando mio padre mi regalò una trottola. Passavo le ore a farla girare, vivevo la mutazione dei suoi colori come l’apparizione miracolosa di un arcobaleno: era il mio gioco preferito e da sempre ha stimolato il mio immaginario.

 

Quando hai deciso di occuparti di arte?

L’arte mi ha fatto sentire sempre a mio agio, era l’unico modo di comunicare che a me piaceva. Molto presto ho deciso  che avrei fatto questa scelta, nonostante il parere contrario della mia famiglia.

 

Cos’è per te l’arte?

È un dono per riscoprire la bellezza, e nel tempo mi ha aperto  un processo di risveglio dell’anima.

 


In un tempo in cui domina il trinomio tecnologia-profitto-ipercomunicazione, 
come si colloca  la tua scelta di campo che predilige il silenzio al chiasso?

Il trinomio di cui parli porta inevitabilmente fuori dalla sfera dell’uomo, mentre la dimensione del silenzio favorisce  l’ascolto. Ascolto è preghiera! È prepararsi alla visione, dove lo spazio fra Dio e l’uomo viene ridotto a favore della relazione, dunque il silenzio è come matrice generante. Solo nel silenzio è possibile l’ascolto, purtroppo oggi l’uomo viene derubato della sua interiorità e bombardato da messaggi sonori e visivi (chiasso) come dicevi tu. Anche dal punto di vista antropologico, il silenzio è una necessità per recuperare nella nostra memoria il tempo e lo spazio.


La scelta dei materiali atemporali come il cristallo e la carta a che cosa va ricondotta? E’ una scelta solo estetica o c’è qualcosa di più?

La scelta del cristallo nasce da un incontro avvenuto in uno dei tanti viaggi di lavoro in Sud America nel lontano 1987. La scoperta dell’ossidiana color fumo, inglobata nel sedimento vulcanico, mi ha trasmesso immediatamente la voglia di cimentarmi con il cristallo: suggestivo, fluido, di forte impatto emotivo, nella sua trasparenza assorbe e viene attraversato dalla luce, che lo restituisce nei modi più impensati. Questo mi sorprende sempre, è l’imprevedibile che a me piace:  affido alla luce la sua azione affinché porti a compimento l’opera. E’ una materia fragile ma potente, materia di sintesi dei quattro elementi: acqua, aria, terra, fuoco. La carta mi interessa per il suo candore, per l’assolutezza del bianco e perché nell’utilizzo calcografico posso mettere in atto il principio dell’impronta concavo-convesso in cui convivono  le due dimensioni in un solido legame.

Hai molto operato nell’ambito del restauro e del recupero di elementi geo- paleontologici per conto dell’Università di Firenze, c’è una relazione fra il mondo scientifico e quello dell’arte?

Muoversi dalla “Terra”, dagli strati primordiali, dalle impronte fossili che fanno parte di un tempo antico e profondo,  stimola il mio immaginario e la mia fantasia inseguendo visioni, le mie visioni che mi accompagnano nel viaggio! Nelle istallazioni cerco una relazione tra più elementi che vanno dalla pittura alla scultura, dalla calcografia alla fotografia: più linguaggi  in dialogo fra loro. Il mondo della scienza, mi ha dato l’opportunità di fare emergere gli strati più profondi del mio essere, non trovo differenza tra uno strato geologico  e la stratificazione delle mie esperienze profonde, come se da questo incontro scaturisse un processo di autocoscienza.

Come definiresti il tuo lavoro? Fra pittura, scultura e pratica installativa come si colloca il linguaggio che hai scelto?

Come ho già detto, pittura, scultura e installazioni non sono separate, ma sono per me  frutto di una ricerca unitaria dove  il motore unificante è l’idea come istante  rivelato nella sua completezza. Solo a questo punto scelgo i materiali e mi affido alle varie tecniche e procedere alla realizzazione.

Qual è la relazione fra la tua opera e il pubblico?

La relazione  è la condivisione dell’opera con il pubblico, lasciare lo spazio e il tempo al fruitore di stimolare la propria dimensione immaginaria e meditativa. Attraverso questa interazione l’opera acquista un senso creativo.

 

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