Articolo di Alessio Martellotti / foto di Alessio Martellotti
Fondata nel 529 d.C. da San Benedetto da Norcia sul luogo di un’antica torre romana e di un tempio dedicato ad Apollo, l’abbazia di Montecassino, presso Frosinone, è il monastero più antico d’Italia nonché uno dei più grandi d’Europa e ricopre un ruolo primario nella storia della Chiesa italiana. Tuttavia l’identità storica dell’edificio è stata fortemente condizionata: distrutto ben quattro volte nel corso dei secoli; nel 581 ad opera dei Longobardi; nell’883 dai Saraceni; nel 1349 da un terribile terremoto; ed infine, durante la seconda guerra mondiale nella (tristemente) famosa battaglia di Montecassino, è stato sempre puntualmente ricostruito e tornato a nuova vita!
Dato che a maggio dell’anno appena trascorso ho avuto il piacere di tornare a visitarlo dopo oltre vent’anni e che nel 2024 ricorreva l’80° anniversario del bombardamento che il 15 febbraio del 1944 rase quasi completamente al suolo l’Abbazia, incentrerò il mio articolo proprio su quest’ultimo agghiacciante episodio della travagliata storia del nostro edificio. Situato in posizione dominante a circa 520 metri sul livello del mare, l’abbazia era parte della Linea Gustav (lunga 161 Km) creata per bloccare – lungo la Valle del Liri – l’avanzata degli Alleati da sud-ovest della penisola. Tra il 17 gennaio e il 18 maggio 1944, l’abitato di Montecassino fu lo scenario di una feroce battaglia: poiché il suo monastero era situato in una zona storica protetta, non fu occupato dai tedeschi ma, sfortunatamente, i comandanti Alleati erano erroneamente convinti che l’edificio fosse sfruttato dall’artiglieria tedesca come punto d’osservazione strategico e nonostante l’assenza di prove eloquenti, questo – nel febbraio del 1944 – fu pesantemente devastato da un attacco aereo dei bombardieri americani. La distruzione dell’abbazia di Montecassino fu uno dei peggiori errori della Seconda Guerra Mondiale per il quale perirono ben 230 civili italiani che allertati dall’imminente bombardamento avevano cercato rifugio proprio nel monastero. Con tale scellerato bombardamento, gli Alleati, oltre alle numerose vittime civili, distrussero anche un tassello di storia, architettura e arte religiosa europea; rimase in piedi solo l’angolo sud-ovest dell’edificio; tutto il resto, armonicamente progettato, abilmente decorato e ricco delle testimonianze di 14 secoli di storia, fu ridotto a un ammasso di polvere e calcinacci. Fortunatamente, le preziose testimonianze storiche e artistiche raccolte e tramandate a Montecassino – dai primi rari documenti in lingua volgare ai famosi codici miniati cassinesi, fino ai rarissimi e pregiati incunaboli – erano state poste in salvo, a Roma, dai tedeschi alcuni mesi prima.

All’indomani del conflitto mondiale, nel dibattito sull’eventuale ricostruzione dei monumenti danneggiati, sono emersi i problemi nell’applicazione delle teorie e dei principi del restauro. Le proposte avanzate da idealisti e puristi sulla necessità di mantenere, con i ruderi, il segno della storia, apparvero subito insostenibili sotto il profilo tecnico, in quanto il patrimonio distrutto, fino a poco prima attivo e vitale, non aveva subito il lento processo di ruderizzazione tipico dei monumenti archeologici. A Montecassino prevalse quindi la volontà di ricostruire l’abbazia com’era e dov’era! A sostenerla, personalità di spicco del mondo scientifico e accademico del tempo: Gustavo Giovannoni, Benedetto Croce, Renato Bonelli e Roberto Pane. In disaccordo alcuni storici dell’arte, tra cui Ranuccio Bianchi Bandinelli, che consideravano l’operazione un falso storico, contrario al principio di autenticità del bene storico-artistico.
I lavori di restauro iniziarono, comunque, il primo aprile 1949 e durarono 10 anni. Venne seguita la volontà dell’abate Ildefonso Rea, forte nel voler riedificare il monumento sulla base del modello architettonico del ‘600-‘700 che ne aveva decretato la grandiosità e la monumentalità, utilizzando il più possibile il materiale marmoreo recuperato tra le macerie. I lavori furono preceduti da un’accurata fase di ricerca e di studio dei disegni di rilievo realizzati in varie epoche: da quelli di Antonio da Sangallo che lavorò all’abbazia nel 1531, a quelli di Gustavo Giovannoni del 1929. Preziosi, per una ricostruzione fedele, i disegni del monaco Angelo Pantoni e parte dell’archivio messo in salvo prima del bombardamento. La ricostruzione, diretta dall’ingegnere Breccia Fratadocchi, poté così restituire al monumento il suo aspetto esteriore, ma non l’autenticità dei segni acquisiti col passare dei secoli sulle sue strutture, andati irrimediabilmente persi.

A più di mezzo secolo dalla ricostruzione, durante la visita si nota una grande ariosità degli spazi, amplificati dal candore dei paramenti murari e di grande purezza formale dei volumi, tutto il complesso è gestito con grande attenzione e continua cura dei giardini. Stupendo il colpo d’occhio offerto dalla terrazza della corte principale verso la vallata dove si trova il cimitero di guerra polacco. Uscendo dalla Cattedrale troviamo l’ingresso del Museo: diviso in due piani, offre al visitatore la testimonianza delle varie fasi della storia e dell’arte del monastero.

La maggior parte degli oggetti esposti sono il frutto di un complesso lavoro eseguito nel corso del tempo che ha dato vita ad un insieme armonico di oggetti, reperti ed altre opere restaurate e protette soprattutto in seguito all’ultima distruzione. La sede attuale del Museo fu fondata nel 1980 e rinnovata continuamente nel corso degli anni secondo criteri museografici. L’offerta delle opere esposte non è monotematica poiché il Museo raccoglie in un’unica struttura diverse sezioni che coprono un periodo di tempo che va orientativamente dal 6° secolo a.C. fino ai giorni nostri. In sintesi: la sezione archeologica permette di visionare reperti recuperati durante gli scavi nei pressi del monastero. La sezione medievale contiene i frammenti dell’abbazia antica distrutta nel corso dei secoli. Nella sezione delle miniature e delle stampe sono esposti alcuni splenditi esemplari di manoscritti e stampati conservati nell’archivio abbaziale. Non meno importante è la sezione dedicata ai dipinti, agli argenti e ai paramenti sacri. Di recente apertura è la Sala delle Natività in cui tra tutte le opere esposte, svetta senz’altro il magnifico tondo di Sandro Botticelli del 1480.

Molto ricca è anche la sala dedicata all’iconografia benedettina, mentre è interessante anche la sezione dedicata agli avvenimenti bellici della seconda guerra mondiale menzionati in precedenza e documentati con foto d’epoca, armi e ordigni rinvenuti sul posto durante la ricostruzione; chiude il percorso espositivo un esauriente filmato proiettato prima dell’uscita del museo. Insomma, l’abbazia di Montecassino rappresenta un unicum ricco di suggestioni che fra mille avversità nel corso dei secoli è riuscita a giungere fino ad oggi nella sua rinnovata (e speriamo ultima) veste, tramandandoci un sapere millenario di storia, arte, religione e architettura. Da visitare almeno una volta nella vita.

