Articolo di Cristina Belli
La fama e il virtuosismo di Elisabetta Sirani stanno tutte in questa frase, laddove nella Bologna barocca era impensabile che una donna potesse dipingere come e meglio di un uomo. Pittrice e disegnatrice, nacque nel 1638 e morì nel 1665; fu una delle artiste più influenti e prolifiche della sua epoca. I suoi contemporanei la considerarono “il miglior pennello di Bologna”, e fu fregiata del titolo di “maestra”. Figlia del mercante d’arte e pittore Giovanni Andrea Sirani, le prime opere di Elisabetta risentirono dell’influenza “classica” paterna, per poi arrivare ad un elegante stile personale, intimo ed espressivo.
Quando nacque, nell’Italia post Concilio di Trento, proliferavano soprattutto commissioni per opere a carattere religioso e devozionale, sia per le chiese, che per le dimore private di ricchi mecenati. Al contempo, la nobiltà bolognese necessitava, come da sempre era stato, di ritratti e di dipinti di argomento mondano. Sirani fu in grado di cimentarsi in tutti questi temi: pitture storiche-mitologiche, pale d’altare, dipinti devozionali e ritratti.

Tuttavia, corre l’obbligo di ricordare che le donne a quel tempo non disponevano di opportunità professionali come accade oggi, dato che erano private di qualsivoglia formazione e destinate a una vita all’ombra degli uomini. Elisabetta fu piuttosto fortunata, poiché visse in una città culturalmente più aperta, che dunque consentiva un’educazione alle ragazze, forte di una tradizione segnata da intellettuali donne (docenti universitarie, pittrici e scultrici). Nel suo caso, avere anche un parente maschio già del mestiere fu un ulteriore vantaggio che le permise di aprire la porta della professione, che poi la rese una donna di successo. Per confutare le dicerie che volevano screditarla in quanto donna-artista, Elisabetta faceva assistere i committenti alle sue sedute di pittura nel proprio studio.
La modernità di Sirani risiedeva tuttavia nel fatto che fu una delle prime artiste a fondare una scuola d’arte professionale per ragazze. Il suo era un nuovo modello didattico, che consisteva nel fatto che l’istruzione di giovani donne nel disegno e nella pittura fosse impartita direttamente da lei. In questo “gineceo” troviamo le sorelle minori di Elisabetta, l’artista Ginevra Cantofoli (poi divenuta sua assistente) e altre giovani bolognesi che “seguono l’esempio di questa tanto degna pittrice” e che fecero poi della pittura la loro professione.
Testimonianza inconfutabile della fama professionale conseguita da Elisabetta fu la sua promozione a professore dell’Accademia di San Luca a Roma, infatti dal 1607 l’accademia si era aperta alle donne, che potevano accedervi come professore. Questo titolo le attribuiva la dignità di “maestra”, che le permetteva di dirigere la propria bottega, accogliendo apprendiste. Elisabetta giunse a capo della bottega a poco più di vent’anni, assumendo su di sé gli incarichi che erano stati del padre, divenuto infermo a causa della gotta che gli impediva ormai di dipingere. Perciò spettò alla giovane guidare gli apprendisti del padre, senza abbandonare la docenza presso il suo istituto d’arte femminile. Pensate che rovesciamento di ruoli eccezionale: la figlia femmina divenne la capofamiglia, in luogo del padre, e colei che si occupava del sostentamento della famiglia: “la figliola la quale in oggi quì è ritenuta maestra et è lei che mantiene con sua lavori tutta la sua numerosa famiglia”.
Tra il 1662 e il 1664, era divenuta una delle personalità artistiche più importanti e ricercate di Bologna. Tutti, tra coloro che potevano permetterselo, volevano un’opera di Sirani: dai mercanti, ai commercianti, agli aristocratici, ai politici, agli ecclesiastici. La sua fama varcò i confini nazionali e si diffuse anche in Europa. La famiglia fiorentina dei Medici sponsorizzò, diremmo oggi, Elisabetta fuori dall’Italia: Margherita de’ Medici, promosse la sua “Madonna col Bambino, Santa Elisabetta e Santa Margherita” e Vittoria della Rovere donò “l’Amorino Trionfante” per le nozze di sua nuora, la principessa francese Marguerite-Louise d’Orléans.

Elisabetta ultimò, nella sua carriera, circa duecento tele, oltre a stampe, disegni e acquarelli, anche se la sua vita lavorativa fu brevissima (circa dieci anni), dato che morì a ventisette anni (probabilmente a causa di una peritonite). L’inattesa morte fece sprofondare il padre nella disperazione, anche perché dovette riassumere il ruolo di capomaestro della bottega, riprendendone la direzione con l’aiuto delle due figlie, Barbara e Anna Maria.
Qual è l’importanza di questa figura di artista, dunque? Elisabetta Sirani aprì nuove strade all’educazione femminile e riunì in una sola figura l’artista, il maestro e l’insegnante, cosa assolutamente innovativa se si pensa che tali ruoli erano esclusivamente maschili. Inoltre fu una delle prime a vedersi insignita del nome di “virtuosa”, cioè capace di quella creatività che era ritenuta fuori dalla portata di una donna. Ricordiamo anche che firmava le proprie opere, in un’epoca in cui la firma femminile non aveva alcun peso giuridico.
Tra i dipinti menzioniamo i ritratti di eroine bibliche e della classicità, come Cleopatra, Dalila, Giuditta, rappresentate in tutta la loro forza muliebre, simboli di intelligenza e coraggio al femminile; e i ritratti allegorici della nobiltà bolognese, come la contessa “Anna Maria Ranuzzi ritratta come la Carità”, “Ortensia Leoni Cordini ritratta come Santa Dorotea”.
